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L’Asprinio, mai gustato tanta freschezza in un vino!

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La freschezza è quella sensazione aspra indotta dall’acidità, che provoca nella nostra bocca una salivazione fluida e che, quando eccessiva, ci fa anche un po’ contrarre le gengive, così come quando si degusta il vino Asprinio. Una sensazione così intensa, in altri vini potrebbe essere considerata un difetto, ma nell’Asprinio no! In tale vino è una virtù!

Il vitigno

Presente da tempi immemori in Campania, secondo alcuni deriverebbe dalla domesticazione di viti selvatiche da parte degli Etruschi, l’Asprinio è un vitigno a bacca bianca, che recenti studi di analisi molecolare identificano come un biotipo del Greco. Si tratta, ad ogni modo, di una varietà dalla spiccatissima acidità, da cui deriva appunto il nome. Gli acini, così come anche i grappoli, sono piccoli e la loro maturazione avviene tra la fine di settembre e la prima decade di ottobre.

La zona di produzione

I comuni della DOC Asprinio di Aversa, che disciplina la produzione di vini a base di uve Asprinio, sono compresi tra la provincia di Napoli (Giugliano in Campania, Qualiano, Sant’Antimo) e di Caserta (Aversa, Carinaro, Casal di Principe, Casapesenna, Cesa, Frignano, Gricignano di Aversa, Orta di Atella, Parete, San Cipriano d’Aversa, San Marcellino, Sant’Arpino, Succivo, Teverola, Trentola-Ducenta, Villa di Briano e Villa Literno).

Passeggiando tra le campagne dell’Agro Aversano non è infrequente imbattersi in viti “maritate” al pioppo (reminiscenza degli antichi impianti etruschi) alte anche 20 metri… “Ma l’incanto delle vigne, così drappeggiate a lunghi e altissimi e folti festoni da un pioppo all’altro! Immense pareti di verzura, tese verticalmente: che il sole, attraversandole, trasforma in vasti arazzi luminosi, dai meravigliosi frastagli indecifrabili. E le contorsioni, gli intrichi, i grovigli dei rami, nella loro vegetale, apparentemente immota, vitalità, nei loro complicati abbracci intorno ai fusti diritti dei pioppi, hanno qualche cosa di mostruoso ed animalesco.” Così, nel suo capolavoro “Vino al vino”, Mario Soldati descriveva le “alberate aversane”, disegnate da viti centenarie di Asprinio che, grazie al terreno in parte sabbioso e al loro gigantesco sviluppo, hanno saputo resistere al flagello della fillossera.

Negli anni ’60 queste maestose opere di architettura agricola disegnavano un vigneto che si estendeva su ben 16’000 ettari, ma che oggi arriva a ricoprirne poco meno di 200. Questo peculiare sistema di allevamento della vite, un tempo dettato dall’esigenza di sfruttare il più possibile lo spazio coltivabile, non è però privo di inconvenienti, quali la raccolta manuale delle uve che, avvenendo su altissime scale a pioli (scalilli), costringe i viticoltori ad equilibrismi incredibili… tale difficoltà ha portato man mano all’abbandono della “vite maritata” e al diffondersi di sistemi di allevamento più “comodi”, come quelli a spalliera. L’urbanizzazione ha fatto poi il resto!

Il vino Asprinio nella storia

Tra i primi a citare i vini “Asprinii” (senza, però, specificare i vitigni da cui si ottenevano) fu Sante Lancerio, bottigliere di papa Paolo III Farnese, che nella metà del ‘500 ci racconta di come Sua Santità era solito berli d’estate come bevanda dissetante, “per vincere i calori dell’estate e anche per purgare gli umori del corpo”; a detta di questo grande esperto dell’epoca “li migliori erano quelli di Aversa, città unica e buona”.

Nei secoli successivi, secondo alcuni il vino Asprinio servì in più occasioni da base per gli spumanti dei nostri cugini d’Oltralpe (colpiti da glaciazioni, prima, e dall’invasione della fillossera, poi, nella regione della Champagne), in quanto per via della sua elevata acidità ben si prestava ai processi di spumantizzazione.

Probabilmente fu proprio per questa sua intensità gustativa (tale da farlo paragonare da Veronelli ai vinhos verdes portoghesi) che l’Asprinio non riuscì in seguito a riscuotere i favori del pubblico… considerato come un vino troppo duro e difficile da apprezzare, fu destinato alla produzione di distillati (la Buton ne ricavava il brandy “Vecchia Romagna”) o, tutt’al più, ad un consumo familiare.

Oggi, grazie alla lungimiranza di alcuni produttori, che hanno scommesso sul vitigno e sul territorio, stiamo assistendo ad una rivalutazione di questo “grande piccolo vino” così come lo definì Mario Soldati, secondo cui “non c’è bianco al mondo così assolutamente secco come l’Asprino: nessuno”.

La degustazione

Le versioni ferme, come il Vite Maritata della cantina I Borboni o l’Atellanum di Masseria Campito, si presentano di solito con un colore giallo paglierino dai riflessi verdolini, leggeri e minerali al gusto, con una componente alcolica non elevata e un’acidità spiccata, preannunciata al naso da tipici sentori agrumati e corrisposta al palato da una sensazione tale da far quasi raggrinzire le gengive… ideali per rinfrescare e sgrassare la bocca. Si tratta di vini in genere da consumarsi giovani, freschi di grotta, così come li amava bere Paolo Monelli durante le sue passeggiate estive lungo la Riviera di Chiaia; tuttavia, non mancano versioni affinate sui lieviti, più strutturate e complesse, come il Santa Patena de I Borboni, che si prestano ad un modico invecchiamento in bottiglia. Ottime anche come fresco aperitivo e dal finale ammandorlato sono le versioni spumantizzate che si ottengono con il metodo Martinotti-Charmat.

Gli abbinamenti

Il vino Asprinio tradizionalmente accompagna a tavola la mozzarella di bufala; tuttavia, non sfigura con insalate e fritture di mare, pizze, calzoni e piatti a base di pesce.

Bevi…Amo…Asprinio!

 

 

 

 

 

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